Cosa fare, concretamente, perché il libro arrivi ai lettori

Nel primo articolo di questa serie ho raccontato cosa significa, per me, scegliere un libro: farne un progetto editoriale, investirci tempo, denaro e competenze, lavorare il testo e costruire una copertina che parli al lettore giusto.

Questo lavoro non si ferma alla pubblicazione. Continua nelle settimane e nei mesi successivi con campagne pubblicitarie mirate, comunicazione sui canali social, e — quest’anno per la prima volta — la partecipazione al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Se bastasse una bella storia per vendere, anche le case editrici più grandi pubblicherebbero senza riserve qualunque testo ben scritto. La verità è un’altra: una bella storia, da sola, oggi non vende. Oggi un libro vende quando si incontrano tre cose — presenza autoriale, supporto dell’editore, e una buona dose di “fortuna” (la BDC, come la chiamiamo noi addetti ai lavori). Le prime due si possono costruire. La terza no, ma quando le prime due ci sono, la terza arriva più facilmente.

C’è un’altra cosa che ho imparato in questi anni: ogni libro è un caso a sé. Quello che ha funzionato per un titolo non è automaticamente replicabile su un altro. Una campagna che ha portato risultati per un romanzo storico può non muovere nulla su un’altra tipologia di testo. Il lavoro editoriale, dopo la pubblicazione, è una continua calibrazione: si prova, si misura, si corregge, si riprova. Non esiste una formula che vada bene per tutti.

Resta però una cosa che l’editore non può fare al posto dell’autore: parlare con la sua voce. È un lavoro che spetta a chi ha scritto il libro, ed è indispensabile.

Perché il supporto attivo dell’autore è indispensabile

Oggi un lettore decide cosa comprare basandosi su tre cose: il consiglio di qualcuno di cui si fida, l’incontro con una voce che lo interessa, l’interesse che nasce da argomenti paralleli al libro — un tema, una riflessione, un’esperienza condivisa dall’autore. Tutte e tre passano dalla presenza dell’autore.

Se l’autore è invisibile, il libro lavora con una marcia in meno, anche se è bellissimo e anche se l’editore ha fatto tutto il possibile. Se l’autore è presente, ogni singola attività editoriale moltiplica i suoi effetti: una recensione, una fiera, un post pubblicitario funzionano dieci volte di più quando c’è una persona riconoscibile a cui collegarli. Per questo, oggi, la presenza autore non è un di più: è parte integrante del lavoro editoriale.

Cosa fare, concretamente: strategie operative

Le indicazioni che seguono nascono dall’esperienza di questi anni. Le chiamo piccole strategie perché non sono ricette, ma punti di partenza per dare al libro una possibilità di essere visto.

1. Avere un profilo social attivo e curato, dove possa emergere la voce dell’autore. Non serve fare un post il giorno dell’uscita e poi inabissarsi. Non serve nemmeno essere su tutte le piattaforme: serve essere presenti bene su una. Instagram funziona per chi sa lavorare con le immagini e i video brevi. Facebook è ancora forte per il pubblico narrativa adulta. LinkedIn funziona per saggistica e business. Threads e TikTok stanno crescendo nel mondo dei lettori. La cosa importante non è dove si è, ma che si riconosca subito la voce di chi scrive. E un’avvertenza: niente follower o like comprati. Si vede, e tolgono credibilità invece di darne.

2. Pubblicare post che ruotano attorno agli argomenti del libro, senza citarlo ogni volta. I temi che attraversano un libro sono molti: un’epoca, un mestiere, un luogo, una passione, una domanda esistenziale. Quei temi sono materiale infinito di contenuti che parlano al lettore giusto senza mai sembrare promozione. Il libro va citato uno o due post su dieci. Gli altri otto-nove servono a costruire la voce dell’autore: cosa sta leggendo, cosa lo ha colpito, dietro le quinte della scrittura, riflessioni personali. Il lettore segue la persona, non il prodotto. Per lo stesso motivo, iscriversi nei gruppi di lettori per piazzare il proprio titolo come fosse un volantino è controproducente: si viene riconosciuti subito come spam e si perde l’occasione di costruire una relazione vera con quei lettori.

3. Pubblicare con costanza, e variare i contenuti. Due o tre contenuti a settimana, sempre. Non venti in una settimana e poi silenzio per un mese. L’algoritmo premia la regolarità, ma soprattutto la premia il lettore: se entra su un profilo e l’ultimo post è di tre mesi fa, perde fiducia.

Attenzione però: dieci post di fila con la copertina del proprio libro servono a poco, perché non differenziano la comunicazione. Bisogna parlare di quello che può interessare al lettore. Glissate su frasi tipo “ho scritto questo libro perché…” e parlate piuttosto dei temi che ruotano attorno a quel libro — chi li conosce meglio dell’autore? Qualsiasi cosa scriviate, l’obiettivo è catturare l’attenzione (cosa non facile oggi) e muovere la curiosità di chi incontra il vostro post.

Un’ultima cosa sulla costanza: i risultati non arrivano nel primo mese. Spesso nemmeno nel terzo. Aprire un account, postare per due settimane in maniera intensiva e poi mollare perché “non funziona” è la cosa più frequente che vedo fare. La presenza si costruisce in mesi, a volte anni. Chi smette al terzo mese non avrà mai visto cosa sarebbe successo al sesto.

Una nota finale

La presenza autore non si improvvisa, e nemmeno si delega del tutto. Richiede tempo, costanza, onestà. Ma è l’unica strada che funziona davvero, e funziona per chiunque la percorra con serietà. Il mio lavoro di editore continua a ogni passo. Il supporto attivo dell’autore è quello che permette a quel lavoro di raggiungere le mani dei lettori giusti. Senza quella presenza, si vendono dieci copie. E per dieci copie non serve un editore: basta una copisteria.

Consuelo Accornero

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *